Ricordate Esajas? "Il Milan mi ha aperto gli occhi e ora aiuto le persone in difficoltà"
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La storia di Harvey Esajas, ormai vecchia 20 anni, fece a suo tempo il giro del mondo. La favola del "lavapiatti" (scopriremo che non l'ha mai fatto) che arriva a giocare in quello che era uno dei club più forti in assoluto. Una splendida favola di quelle che fanno bene al calcio e che insegna che non bisogna mai smettere di sognare. Oggi Esajas ha 51 anni, è tornato in Olanda e ha fatto tesoro della sua esperienza in rossonero che, come ci ha raccontato, gli ha aperto gli occhi e dato una missione di vita. Che lo ha portato ad aiutare le persone in difficoltà. Il calcio, invece, è ormai alle spalle. Ecco le sue parole, in esclusiva per MilanNews.it.
Harvey Esajas, cosa fai oggi?
"Sto lavorando per il Governo olandese in un istituto per aiutare ragazze problematiche, che possono essere vittime di loverboy, o con problemi in famiglia o con la giustizia. Ragazze che vanno dai 12 ai 18 anni. Cerco di aiutarle a fare la cosa giusta e stare lontano dai guai".
È una missione, la tua
"Sì, è una cosa che mi sento dentro. Ho avuto una giovinezza complicata, dove era una lotta per la sopravvivenza. La svolta, pensa, è arrivata al Milan".
In che modo?
"Quando ho visto come era organizzato e quello che ha fatto per me mi si sono aperti gli occhi. Il Milan mi ha aiutato tanto, ha investito su di me, mi ha dato l'opportunità di migliorare umanamente. Dopo l'esperienza in rossonero ho capito che la mia missione nella vita era aiutare la gente".
Hai anche una fondazione, la I Sport special
"È nata per i bambini che non trovano il modo di fare attività sportive. E generalmente aiutiamo persone con disabilità come autismo, basso QI, problemi motori, sindrome di down. Li aiutiamo a livello motorio, vediamo le loro attitudini e cerchiamo di lavorare sulle loro abilità. E li aiutiamo a inserirsi in contesti sociali, perché sappiamo quanto sia complicato per loro. Sono cose che prendono tanto tempo, ma se le fai col cuore è qualcosa di gratificante".
Parliamo di calcio: recentemente c'è stato Milan-Feyenoord, non proprio una partita banale per te
"Ho seguito un po', pensavo che il Milan potesse vincere facilmente. Ma sono stati commessi grossi errori e di conseguenza il club ha mandato in fumo tanti soldi".
L'espulsione di Theo è stata la svolta, in negativo
"Ma non è lui il colpevole dell'eliminazione, il calcio è uno sport di squadra. Per me è una questione tattica, il Milan doveva essere più offensivo. Il Feyenoord era con tanti assenti, la sblocchi subito. Ma non chiudi la pratica nel primo tempo. E alla fine l'hai pagata".
Venendo alla tua esperienza al Milan, parliamo di 20 anni fa. Una sorta di favola che fece il giro del mondo
"Seedorf mi aveva chiamato per dirmi che era passato dall'Inter al Milan. Mi ha invitato per vedere il derby. Quando sono arrivato in Italia mi ha portato a Milanello e lì è successo l'incredibile. Quando ho varcato la porta sentivo l'odore dell'erba appena tagliata. Qualcosa di inebriante. E poi la cordialità delle persone, tutto l'ambiente, l'organizzazione. Rimasi incantato, mi innamorai nuovamente del calcio. E mi dissi: voglio tornare a giocare. Ci pensò subito Clarence a smontarmi: 'Dai, via, pesi 130 kg, dove devi andare?' (ride, ndr)".
E alla fine hai avuto ragione. E pensare che avevi avuto altri provini in Italia
"C'era la Fiorentina, qualche anno prima. Mancini allenatore. Arrivo per un provino, passano due giorni e lo esonerano. Chi subentra (Ottavio Bianchi, ndr) non prende nemmeno in considerazione l'idea di tesserarmi. Poi c'erano problemi finanziari, non la situazione migliore. Peccato perché ricordo che c'erano persone molto buone in squadra. Poi ho provato col Torino ma anche lì le finanze non erano floride. Mi dicono che avrebbero dovuto riprogettare tutto e io non rientravo nei loro piani. Certo, non ero nella forma fisica migliore e questo ha certamente inciso. Ma devo dire che mi avevano trattato molto bene. Evidentemente non era quello il momento giusto".
Il momento giusto arriva nella squadra più forte al mondo in quel momento. La chance gliela dà Adriano Galliani
"Il Milan mi ha chiesto tre cose: se credo in me stesso, se sono forte mentalmente e se sono disposto a seguirli. Ho detto: 'Certamente'. E loro mi hanno voluto dare una chance, mi dice: 'Pensiamo a tutto noi, tu pensa a lavorare'. Dopo quattro mesi mi convocano nell'ufficio di Galliani e lui mi fa: 'Ti sei comportato bene, sorridi sempre, sei positivo. Non hai mai mollato e fai tutto quello che ti chiedono. Ti offriamo un anno di contratto'. Non credevo ai miei occhi".
Seedorf è stato un bello sponsor, diceva che eri più forte di lui
"Ero un calciatore differente, più un Vieira o un Rijkaard. Giocavo davanti alla difesa, poi sono stato arretrato a difensore centrale".
Avevi smesso col calcio da qualche anno e ti ritrovi in spogliatoio i giocatori più forti del mondo
"Da non credere. La prima cosa che faccio è chiedere a Costacurta di farmi da mentore. Ho grande rispetto per lui e volevo che mi insegnasse tutto quello che mi poteva insegnare: che mi dicesse come migliorare, cosa cambiare. Ma poi avevo fatto amicizia con Nesta, Pirlo, Gattuso, Brocchi. E Stam, che veniva a prendermi a casa".
Maldini e Shevchenko non erano propriamente entusiasti della tua presenza
"Potevo capirlo, loro erano grandi campioni e io non ero allo stesso livello. Ma devo dire che Maldini è sempre stato corretto con me, certo non mi dava confidenza. Shevchenko mi guardava come per dire 'Ma dove cazzo vai?'. E in effetti in allenamento a un certo punto mi fa: 'Tanto non giochi mai. Stai tranquillo, non fare niente'. Lo guardavo per dire: 'Ma che stai dicendo?'. E Stam prendeva le mie difese, mi faceva: 'Non ascoltarlo. Anzi, vai e spaccagli il culo' (ride, ndr). Però non c'è mai stata una lite, Shevchenko era un grande campione e avevo enorme rispetto nei suoi confronti".
E Ancelotti?
"Un fratello. È sempre stato corretto con me, ha chiarito da subito che per me sarebbe stato un problema giocare. Io ho chiesto di farmi giocare in Primavera, dopo 4 anni giocare volevo almeno testarmi, capire se potevo ancora fare il calciatore. Mi hanno fatto giocare una partita con la Primavera, ho resistito 80 minuti giocando evidentemente bene, perché Ancelotti si convinse. Mi disse: 'Ora sappiamo che possiamo contare su di te ma sappi che sarà comunque difficile'. Era normale, ci stava".
Hai giocato cinque minuti contro il Palermo in Coppa Italia. Cosa rappresenta per te quel momento?
"Una sensazione che non si può descrivere. Il sogno di un bambino, l'impossibile che diventa possibile. Rivedi la tua vita, la trafila con l'Ajax, col Feyenoord. I problemi, l'addio al calcio e poi eccomi a San Siro".
Una storia da favola
"Credo che la gente si sia identificata in me: la vittoria della normalità, degli umili".
Ma la storia del lavapiatti è vera?
"No, macché. Lavoravo in un bar, certo. Ma era il bar di mia proprietà. I gestori di un locale devono adattarsi a fare tutto, anche lavare i piatti se necessario (ride, ndr)".
Seedorf lo senti ancora?
"Certo, ogni settimana".
La tua vita è perfetta per un soggetto di un film. Tra le cose che ti sono successe anche quella di essere finito in coma
"Ho visto la morte in faccia. Tutto per un'infezione nello stomaco che mi ha mandato in coma per una settimana. Mia moglie e mia mamma mi hanno detto addio per ben due volte. Ma mi sono svegliato e ho capito che Dio aveva un piano per me. Ho capito che esiste, mi ha dato la prova della sua esistenza".
Un'esperienza che ti ha segnato. Tanto che ti ha portato a convertirti
"Ero cattolico, ora sono musulmano. Nell'islam ho trovato pace, sincerità, obbedienza, onestà. Un modo di vivere retto, pulito, onesto. Che mi porta a stare bene ad aiutare le persone. Sto studiando per diventare Imam, non lo sono ancora diventato perché devo imparare l'arabo. Ma è un obiettivo che mi sono posto".
In tutto questo non c'è tempo per il calcio
"Non lo seguo molto, sono molto occupato. E onestamente ho perso anche interesse. Le priorità per me sono altre. Cinque anni fa è morto mio fratello, ho compreso che dovevo stare il più possibile con la famiglia, non potevo lasciarla sola. Ed è quello che faccio".
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